NO inceneritori - Si può e si deve ORA
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«Prendi un foglio di carta usato e dagli fuoco, quello che accade è l'esempio che capisce anche un bambino» (dal nostro caro Anselmo).
Wall Street Journal: «Con il senno di poi, costruendo gli impianti di termoutilizzazione, il settore pubblico si è preso gran parte dei rischi e il settore privato la gran parte dei benefici».
Spesso gli inceneritori vengono definiti "termovalorizzatori", termine privo di qualsiasi fondamento logico.
Questi impianti non valorizzano nulla. I veri metodi per valorizzare i rifiuti sono il riuso ed il riciclo. Questi ultimi, senza contare i vantaggi dal punto di vista ambientale, offrono maggiori benefici sia in termini di resa energetica che di occupazione. Gli inceneritori per produrre un kw di energia, inquinano addirittura di più delle centrali a carbone.
Insomma, senza la truffa dei CIP6, questi impianti sarebbero fuori mercato.
Infatti, uno degli aspetti che non vengono mai considerati è la totale assenza di analisi di mercato basate sui reali costi delle due alternative. In Italia, un inceneritore che brucia massimo 400 mila T/a, solo come costo di costruzione, si aggira intorno ai 650 milioni di euro, e il suo costo di esercizio arriva fino a 160 euro a tonnellata. Al contrario, un impianto di riciclo che recupera dalle 120 alle 180 mila T/a non va oltre i 10 milioni per il costo di costruzione e al confronto ha un costo di esercizio insignificante, fra l'altro, largamente al di sotto del profitto derivante dalla vendita di materia recuperata.
Gli inceneritori, come suggerisce il termine "bruciano" i rifiuti. Questi però non scompaiono, ma si trasformano in fumi per circa il 70%, e 30% in scorie e ceneri. I primi devono essere opportunamente filtrati, mentre i secondi devono essere smaltiti in discariche speciali, con dei costi molto alti per entrambe le operazioni. Va da sé che i rifiuti non vengono assolutamente eliminati come si vuol far credere, ma solo ridotti di dimensione.
I residui rappresentano una grave minaccia per la salute umana e tutto l'ambiente in generale. Tra questi le sostanze più pericolose sono le diossine, i furani e le nanoparticelle, che si diffondono nella catena alimentare contaminando il suolo, il cibo, gli animali e infine l'uomo. Numerosi studi hanno da anni certificato il rapporto che esiste fra la costante esposizione a tali sostanze e le gravi patologie derivanti: neoplasie urinarie, vascolari, polmonari, mammarie, oltre a malformazioni fetali, infarti, ictus, per tutte le specie animali, e Parkinson, Alzheimer, per la sola specie umana.
In linea con la Dichiarazione Universale dei diritti umani, per chi non fosse convinto, bisogna ricordare la Costituzione italiana, che all'art. 32 definisce il diritto alla salute «al di sopra di ogni ragionevole dubbio». Parole scritte nel nome del "principio di precauzione", un approccio di buon senso che ragiona intorno a un differente concetto di ricchezza: il benessere comune.
Cercando in Rete, ci si perde invece tra report, studi, ed appelli di medici circa le patologie causate da questi impianti e dai loro residui. Maggiori sono le temperature di combustione, più piccole diventano le particelle emesse, e di conseguenza maggiore la loro diffusione. Ad esempio nell'area intorno all'inceneritore di Brescia sono aumentati i ricoveri per malattie respiratorie. Anche l'inceneritore "Fenice" in Basilicata ha causato enormi danni all'ambiente e alla salute umana.
Una serie di danni collaterali completano lo scempio. Primo fra tutti, il grande sperpero di acqua necessaria al raffreddamento della caldaia consiste in circa 300 milioni di litri all'anno. Il raffreddamento provoca già di per sé un'altissima percentuale di inquinamento dell'acqua che deve essere pertanto ciclicamente filtrata. Inoltre, l'enorme fabbisogno comporta l'aumento dei costi per ogni operazione di approvvigionamento, dalla costruzione di nuovi pozzi alle trivellazioni sempre più in profondità dei pozzi esistenti, dove si concentrano gli elementi più tossici, come veleni e metalli pesanti, i quali incrementano la spesa per la depurazione e smaltimento, che a sua volta avviene nei canali d'irrigazione e da questi in parte in mare, per tornare quindi in circolo nella catena alimentare.
Non secondari risultano infine i danni relativi alla perdita di valore fondiario e immobiliare dei terreni e delle abitazioni limitrofe, oltre all'ovvia compromissione di tutte le colture DOC: una Direttiva comunitaria dequalifica i prodotti di zone in presenza di inceneritori, mentre il DLGS 228/2001 stabilisce che le zone agricole caratterizzate per qualità e tipicità dei prodotti non sono idonee ad ospitarli.
In conclusione, siamo di fronte a degli impianti costosissimi privi di qualsiasi logica dal punto di vista energetico, economico, ambientale, occupazionale, che servono solo ad arricchire, a spese di tutti i cittadini, la multinazionale o la lobby di turno.
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